Progetto personale in sviluppo

La mia storia, una tessera alla volta.

Sto costruendo Tessere per raccogliere esperienze, riflessioni, ricordi e piccoli cambiamenti.

Non per archiviarli una volta per tutte, ma per poterli ritrovare, mettere in relazione e rileggerli quando il tempo aggiunge un contesto nuovo.

Perché esiste
Una fila di tessere del domino, simbolo di Tessere.me

Il momento giusto non è sempre la sera.

In molti libri e percorsi di crescita personale viene suggerito di tenere un diario: annotare ciò che è accaduto durante la giornata, riconoscere qualcosa per cui essere grati, osservare le proprie emozioni o fermarsi qualche minuto prima di andare a dormire.

Anch’io ho provato più volte. Per qualche giorno riuscivo a scrivere con una certa regolarità. Poi saltavo una sera, passavano altri giorni e, più semplicemente, dimenticavo di continuare.

Non perché non ci fosse nulla da raccontare. Il problema era trasformare la scrittura in un rituale quotidiano: sedersi a una certa ora e trovare qualcosa da scrivere, anche se i pensieri e gli episodi importanti erano arrivati in altri momenti.

Quell’esperienza mi ha fatto cambiare la domanda. Non più: come posso riuscire a compilare un diario ogni giorno? Piuttosto: come posso conservare qualcosa nel momento in cui emerge, senza dover aspettare l’appuntamento con una pagina?

Da qui nasce l’idea di un diario continuo.

Un pensiero può essere registrato quando arriva. Un episodio quando accade. Una riflessione quando prende forma. Una piccola vittoria quando ci si accorge che qualcosa, anche solo di poco, è cambiato.

Tessere non mi chiede di trovare qualcosa da scrivere solo perché è arrivata l’ora di farlo. Mi permette di conservare qualcosa quando arriva il momento in cui vale la pena farlo.

Scrivere, però, risolve soltanto una parte del problema.

Con il passare del tempo, un diario può raccogliere decine, centinaia o migliaia di annotazioni. Fra quelle pagine può esserci qualcosa che avevamo finalmente compreso, una difficoltà che continuava a ripresentarsi, una decisione, una domanda rimasta aperta o un piccolo successo che allora sembrava insignificante.

Ma, francamente, chi lo rilegge il proprio diario?

Non è una critica al diario tradizionale. Scrivere può essere utile già nel momento in cui lo si fa. Tornare sistematicamente su tutto ciò che abbiamo scritto, però, è un’altra cosa.

Conservare non significa necessariamente ritrovare.

Un appunto conserva le parole; più raramente conserva il percorso.

Tessere nasce quindi da due esigenze molto semplici: poter registrare qualcosa quando accade e poterla ritrovare quando, settimane o mesi dopo, torna ad avere importanza.

Una storia non è un riassunto.

Il nome Tessere nasce da questo modo di guardare alle cose che conserviamo.

Un episodio racconta ciò che è accaduto. Una riflessione conserva il modo in cui lo stavamo osservando in quel momento. Una domanda mantiene aperto ciò che non avevamo ancora compreso. Una vittoria invisibile registra un cambiamento che avremmo potuto non riconoscere.

Ognuno di questi elementi è una tessera.

Presa da sola, una tessera racconta soltanto una parte. Accanto ad altre può mostrare una continuità, una differenza o un cambiamento che mentre vivevamo quei giorni non era ancora visibile.

Tessere non prova a ridurre una storia personale a una versione breve, ordinata e definitiva. Permette piuttosto di costruirla e rileggerla gradualmente, senza chiedere a ogni singolo episodio di spiegare tutto.

Le tessere possono essere aggiunte, spostate idealmente, osservate da un’altra prospettiva. Ciò che significavano allora può non essere esattamente ciò che significano oggi.

Quando diventano molte, però, ritorna la domanda iniziale: come ritrovare, fra tutto ciò che ho conservato, proprio quello che oggi potrebbe aiutarmi a vedere meglio?

L’AI non deve conoscermi meglio di me.

Sono io a produrre e scegliere ciò che desidero conservare. Tessere conserva queste informazioni nel tempo insieme al contesto nel quale sono nate.

L’intelligenza artificiale entra soltanto a questo punto.

Può rileggere le informazioni che le vengono affidate, recuperare episodi lontani, mettere accanto riflessioni scritte in periodi diversi e sintetizzare ciò che è cambiato. Può formulare una domanda o segnalare una possibile ricorrenza che merita di essere osservata.

Non parte da una conoscenza completa della persona. Lavora su tracce parziali, scelte e conservate dalla persona stessa.

Per questo un collegamento proposto dall’AI deve rimanere un’ipotesi. Può essere interessante, utile oppure non avere alcun significato. Il fatto che sia stato prodotto da un modello linguistico non lo rende automaticamente vero.

Sono io a decidere se quel collegamento mi appartiene, se deve essere corretto o se può essere semplicemente lasciato da parte.

Il compito dell’AI non è concludere al mio posto. È aiutarmi a ritrovare qualcosa che avevo già scelto di conservare e restituirmelo in una forma che possa rientrare nella mia riflessione.

Da un episodio a una rilettura.

A volte tutto comincia da qualcosa di molto semplice, registrato senza sapere ancora quale importanza potrà avere.

Riflessione

Oggi ho affrontato una telefonata che continuavo a rimandare.

Domanda

Che cosa rendeva quella telefonata così difficile da iniziare?

Vittoria invisibile

Non ho risolto il problema, ma ho smesso di evitarlo.

Rilettura

Mi accorgo che affrontare ciò che rimando conta anche quando il risultato non dipende completamente da me.

All’inizio c’è soltanto un episodio concreto. La domanda non pretende di spiegarlo, ma apre uno spazio per osservarlo. La vittoria invisibile permette di riconoscere il valore di un gesto anche quando il problema non è ancora risolto.

La rilettura raccoglie questi elementi e restituisce una prospettiva possibile. Non una conclusione definitiva, ma qualcosa che potrà essere confrontato con altre tessere nel tempo.

Non è una sequenza da completare ogni volta. È un esempio di come un episodio possa continuare ad acquistare significato dopo essere stato conservato.

Un laboratorio, non una vetrina dell’AI.

Tessere è anche il luogo nel quale sto sperimentando come integrare un modello linguistico in un’applicazione senza costruire tutto intorno al modello.

Il problema non è fare in modo che l’AI produca un testo convincente. Il lavoro comincia prima: decidere quali informazioni possono entrare nel contesto, distinguere ciò che la persona ha espresso da ciò che il sistema ha soltanto ipotizzato e stabilire quale forma debba avere una risposta per poter essere controllata.

Continua dopo: verificare che il risultato rispetti la struttura prevista, mantenere il collegamento con le informazioni da cui deriva, proteggere i dati personali e permettere alla persona di correggere o rifiutare ciò che è stato prodotto.

Interfaccia, dati, prompt, automazioni e privacy devono lavorare insieme. L’intelligenza artificiale rimane una componente del sistema: utile quando ha un compito delimitato, comprensibile e verificabile.

Tessere nasce quindi da un problema reale, non da una tecnologia alla ricerca di qualcosa da fare.

Tessere è un progetto di Fabio Poncioni.

Mi occupo di informatica dal 1986 e lavoro sul web dal 2000. Sviluppo applicazioni, automazioni e integrazioni e affianco persone e piccole realtà quando un problema richiede una soluzione costruita su misura.

Tessere mette insieme esperienza tecnica e una domanda personale: come può la tecnologia aiutare a rileggere ciò che viviamo senza pretendere di definirci?

Il mio lavoro su FP-WebSolutions